Alla scuola servono risorse, non confini tra i banchi.
La risposta alle difficoltà di integrazione non è spostare i bambini, ma mettere ogni scuola nelle condizioni di accoglierli e farli crescere.
Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento per fissare per legge un numero massimo di alunni stranieri per classe. Ha detto che non è pensabile che i bambini italiani si sentano una minoranza nella propria aula e ha collegato la proposta alla conoscenza della lingua e all’integrazione.
Il tema è serio. Proprio per questo merita qualcosa di più di uno slogan identitario.
Nessuno può negare che una classe nella quale molti alunni sono appena arrivati e non conoscono l’italiano abbia bisogno di un sostegno particolare. Lo sanno prima di tutti le insegnanti e gli insegnanti, che ogni giorno devono tenere insieme l’apprendimento della lingua, la didattica, le relazioni con le famiglie e bisogni educativi molto diversi. Ma una difficoltà educativa non si risolve trasformando la cittadinanza in un criterio didattico.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Ministero dell’Istruzione, il 66,7 per cento degli alunni con cittadinanza non italiana è nato in Italia. Sono bambine e bambini cresciuti qui, che spesso parlano italiano come i loro compagni e condividono la stessa vita, gli stessi quartieri, gli stessi desideri. Definirli soltanto stranieri dice qualcosa del loro passaporto, non delle loro competenze linguistiche né dei loro bisogni.
Questa distinzione è essenziale. Un alunno arrivato da poche settimane ha bisogno di italiano L2 e di un accompagnamento intensivo. Una ragazza nata in Italia può avere ottime competenze linguistiche e incontrare difficoltà del tutto simili a quelle di una coetanea italiana. Una politica educativa seria parte dalle persone e dai contesti, non dalle etichette.
Un tetto rigido pone inoltre una domanda molto concreta: dove dovrebbero andare i bambini che vivono in un quartiere nel quale la presenza di famiglie di origine straniera è più alta? Le scuole non possono selezionare la popolazione del proprio territorio. Senza servizi, trasporti, coordinamento fra istituti e un contrasto reale alla segregazione abitativa, il rischio è semplicemente spostare gli alunni da un edificio all’altro, aggravare le distanze e costruire scuole percepite di serie A e di serie B.
L’obiettivo di evitare concentrazioni è condivisibile. La strada, però, non può essere la separazione. L’integrazione non nasce distribuendo i bambini come percentuali in un foglio di calcolo; nasce mettendo tutte le scuole nelle condizioni di essere attrattive, autorevoli e capaci di accompagnare ciascuno.
Alla scuola servono classi meno numerose, organici stabili e docenti formati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua. Servono mediatori linguistico-culturali, tempo pieno, laboratori, sostegno psicologico ed educativo. Servono corsi di italiano accessibili ai genitori, non come minaccia o sanzione, ma come diritto e occasione per partecipare alla vita della scuola e della comunità. Servono risorse continuative, non piccoli progetti che finiscono quando termina un finanziamento.
Lo stesso Governo ha già previsto docenti dedicati all’italiano L2 nelle classi con almeno il 20 per cento di alunni neoarrivati privi delle competenze linguistiche di base e attività di potenziamento finanziate con fondi europei. È questa la direzione da rendere strutturale, più ampia e adeguata alle differenze territoriali. Se il problema è linguistico, si investa sulla lingua. Se il problema è la povertà educativa, si rafforzino le comunità educanti. Se il problema è la concentrazione in alcuni quartieri, si affrontino le disuguaglianze urbane che la producono.
La scuola, del resto, non può essere lasciata sola. Da anni lavoro sul rapporto tra scuola e territorio e sulle equipe multiprofessionali. So quanto cambia la qualità dell’inclusione quando insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologi, mediatori, associazioni e famiglie non lavorano come mondi separati. I Patti educativi di comunità possono rendere stabile questa alleanza, aprendo la scuola al quartiere e portando nella scuola competenze che da sola non può possedere.
Questa non è una visione indulgente. E’ molto più esigente di un tetto numerico, perché chiede allo Stato di assumersi fino in fondo la responsabilità di educare. Accogliere non significa ignorare le difficoltà; significa predisporre gli strumenti per affrontarle. Imparare l’italiano è decisivo, ma lo si impara grazie a docenti competenti, tempo, relazioni e occasioni reali di incontro. Non separando chi ancora non lo conosce da chi potrebbe aiutarlo ad apprenderlo.
Le parole usate dalla presidente del Consiglio hanno inoltre un peso. Dire che un bambino italiano non deve sentirsi minoranza nella propria classe suggerisce che la presenza dei compagni con un’altra cittadinanza costituisca di per sé una minaccia. Ma una classe non è una competizione tra gruppi. E’ il primo luogo pubblico nel quale si impara che essere diversi non significa avere diritti diversi e che la comunità non si costruisce cercando qualcuno da tenere fuori.
La politica dovrebbe aiutare la scuola a fare meglio il proprio lavoro, non trasferire sui bambini paure che appartengono agli adulti. Dovrebbe misurarsi con le cattedre scoperte, il precariato, il costo dei libri, gli edifici da rendere sicuri e vivibili, la dispersione scolastica e la fatica crescente delle famiglie. Dovrebbe dare più risorse proprio alle scuole che operano nei contesti più complessi, affinché diventino le migliori scuole del territorio e non luoghi dai quali chi può cerca di andarsene.
La nostra alternativa è chiara: non classi separate, ma classi nelle quali si possa insegnare e imparare bene; non quote costruite sulla cittadinanza, ma sostegni calibrati sui bisogni; non famiglie colpevolizzate, ma famiglie coinvolte; non scuole sole, ma comunità educanti.
La scuola della Repubblica non chiede a un bambino da dove viene prima di decidere quanto investire su di lui. Lo guarda, ne riconosce i bisogni e gli offre gli strumenti per diventare libero. E’ così che si costruiscono integrazione, sicurezza e futuro comune. Servono risorse, competenze e coraggio politico. Non nuovi confini tra i banchi.


