Brescia che respira, protegge e condivide.
Il Piano Aria e Clima non è un elenco di promesse, ma un patto con la città.

Il 26 giugno, nel chiostro di Santa Giulia, abbiamo restituito alla città il lavoro del Piano Aria e Clima. Tre giorni dopo, il 29 giugno, il Consiglio comunale lo ha approvato. È stato un passaggio importante, ma raccontare soltanto l’esito finale significherebbe perdere la parte più preziosa: il percorso, le persone coinvolte e l’idea di città che ha guidato ogni scelta.
Il PAC nasce da oltre un anno e mezzo di lavoro interdisciplinare e partecipato. Più di quattrocento persone hanno preso parte ad incontri pubblici, laboratori e assemblee nei quartieri. Abbiamo ascoltato imprese, sindacati, associazioni, Consigli di quartiere, ragazze e ragazzi, amministratori della provincia. Anche venticinque persone detenute nella casa di reclusione di Verziano hanno lavorato sui dati scientifici del Piano e li hanno trasformati in una fiaba, Zanza the Boss e la palude maledetta. Perché la giustizia ambientale e quella sociale camminano insieme, oppure non camminano affatto.
Il risultato sono 31 azioni, 22 già finanziate, per ridurre del 55 per cento le emissioni entro il 2030, migliorare la qualità dell’aria e preparare Brescia a un clima che è già cambiato. Ma il senso del Piano sta soprattutto nelle parole che abbiamo scelto per raccontarlo: una Brescia che si libera, una Brescia che protegge, una Brescia che condivide.
Quello che segue è il cuore del mio intervento a “Brescia per il clima”, rivisto per la lettura ma fedele alle parole pronunciate quella sera.
Una Brescia che si libera
Vorrei partire da un’immagine che è nel cuore di Brescia: il Castello. È monumento, memoria, paesaggio, identità e bellezza. Proprio per questo non può essere trattato come un parcheggio qualsiasi. Deve tornare ad essere un luogo che si raggiunge, si attraversa, si respira e si vive.
Nel Piano abbiamo scelto un’espressione forte: “togliere l’assedio”. Non significa chiudere il Castello, ma aprirlo meglio. Renderlo più accessibile a chi cammina, a chi usa il trasporto pubblico, a chi vuole salirci senza fatica, a chi cerca un parco urbano e un po’ di fresco. Significa ripensare la sosta, realizzare percorsi più sicuri, aumentare le superfici drenanti e accompagnare la rigenerazione delle pendici con nuovi filari di alberi.
La transizione ecologica funziona quando non viene percepita come una rinuncia, ma come una restituzione. Lo stesso principio guiderà la trasformazione dell’area della stazione, oggi troppo spesso vissuta come una cesura tra nord e sud della città. Con il nuovo tram, collegamenti verdi, percorsi pedonali e ciclabili continue, superfici permeabili e spazi ombreggiati, dovrà diventare il biglietto da visita della Brescia che vogliamo.
Per anni abbiamo pensato che le strade fossero soprattutto luoghi per far passare le automobili. Ma le strade sono anche i luoghi in cui le persone camminano, aspettano, si incontrano, accompagnano i figli a scuola, fanno la spesa e vivono il quartiere. Quando allarghiamo un marciapiede restituiamo sicurezza. Quando piantiamo un albero restituiamo ombra. Quando riduciamo il traffico di attraversamento restituiamo tranquillità. Quando rendiamo più comodo il trasporto pubblico restituiamo tempo.
È questa l’idea delle isole ambientali: quartieri nei quali non si passa soltanto, ma si vive. Zone 30, attraversamenti sicuri, percorsi pedonali e ciclabili continui, fermate del trasporto pubblico dignitose, meno asfalto e più alberi, panchine, piccole piazze e luoghi d’incontro.
Questo non è un piano contro chi usa l’auto. È un piano contro l’obbligo di usarla sempre, anche quando potrebbero esistere alternative migliori. La vera libertà è poter scegliere: andare a piedi, pedalare, prendere il bus, accompagnare un figlio a scuola senza paura. Non stiamo togliendo spazio a qualcuno: lo stiamo restituendo a tutti.
Una Brescia che protegge
Il cambiamento climatico non è un concetto astratto. È il caldo che entra nelle case, l’asfalto che brucia sotto i piedi, una fermata dell’autobus senza ombra. È una persona anziana che rinuncia a uscire, un bambino che non può giocare in un cortile troppo caldo, un lavoratore all’aperto che sente il corpo andare in fatica.
Adattamento climatico significa non lasciare sole le persone davanti al caldo e agli eventi estremi. Per questo dobbiamo cambiare il modo in cui guardiamo il verde. Un albero non è decorazione: è ombra, aria migliore, suolo che respira, acqua che non scappa via subito, biodiversità e salute pubblica. Il verde non viene dopo. È parte della risposta.
Brescia ha già messo a dimora decine di migliaia di piante e arbusti, ha costituito l’Associazione Fondiaria Monte Maddalena per una gestione condivisa dei boschi e ha esteso le aree a sfalcio ridotto, con più fiori, biodiversità e impollinatori. Con il progetto dei cento alberi in ogni quartiere abbiamo già piantato cinquecento alberi a Mompiano, Chiesanuova, San Polo, Badia e in Castello; il programma arriverà ad oltre 1.400 nuove piante entro il 2034. Non è un gesto ornamentale: una città giusta si riconosce anche da dove decide di mettere gli alberi.
Il PAC costruisce inoltre una rete di rifugi climatici: biblioteche, centri civici, parchi ombreggiati e spazi pubblici nei quali trovare acqua, fresco e protezione durante i giorni più difficili. L’obiettivo è semplice e misurabile: poter raggiungere un rifugio climatico in cinque minuti a piedi.
Il caldo, infatti, non colpisce tutti nello stesso modo. Chi vive in una casa inefficiente, chi non ha un giardino, chi aspetta l’autobus al sole, chi è anziano, fragile o solo soffre di più. L’ombra è anche giustizia sociale. Depavimentare non è un intervento accessorio. La gestione delle acque non è una questione riservata ai tecnici. Sono tutte forme di cura.
Lo stesso vale per gli interventi che proteggono i quartieri dalle piogge improvvise e dagli allagamenti. Sono opere che spesso smettono di essere visibili proprio quando funzionano: una cantina non si allaga più, una strada non diventa impraticabile, una famiglia non subisce nuovi danni. Dietro quella normalità ritrovata ci sono programmazione, risorse pubbliche e un’amministrazione che si prende cura dei luoghi prima dell’emergenza.
Questa è Brescia che si adatta: non una città che si rassegna, ma una città che impara, ripara e protegge.
Una Brescia che condivide
Quando parliamo di mitigazione, decarbonizzazione o neutralità climatica rischiamo di usare parole corrette ma lontane. Se invece diciamo una scuola che consuma meno, una casa più efficiente, un tetto pubblico che produce energia, una famiglia che paga una bolletta più bassa e un quartiere che condivide energia pulita, allora la transizione entra nella vita quotidiana.
Per questo la parola decisiva è “condivisione”. Le comunità energetiche non sono soltanto pannelli fotovoltaici: sono una nuova forma di alleanza tra Comune, condomìni, imprese, scuole, società partecipate e quartieri. Producono energia rinnovabile vicino a dove viene consumata e fanno in modo che il suo valore rimanga nella comunità.
Il Piano lavora anche sugli edifici pubblici, sulle scuole e sulle case popolari. Una casa inefficiente significa bollette più alte, freddo d’inverno, caldo d’estate e nuove disuguaglianze, non è solo un problema ambientale. La transizione non può essere un privilegio per chi può permettersela; deve arrivare prima dove ce n’è più bisogno.
Condividere significa anche usare meglio ciò che abbiamo. I poli del riuso e la Biblioteca degli oggetti ci portano dalla cultura del possesso a quella dell’accesso. “Nutriamo il futuro” mette insieme educazione alimentare, qualità delle mense, prevenzione degli sprechi e recupero delle eccedenze con il Terzo settore. Energia, oggetti e cibo sembrano mondi diversi, ma raccontano la stessa città: una città che produce meglio, consuma meno, spreca meno e condivide di più.
Un Piano diventa trasformativo quando entra nelle regole: nel PGT, nel Regolamento edilizio, negli atti comunali e nei criteri con cui si progettano gli spazi. Da oggi dovrà diventare normale domandarsi, davanti ad ogni intervento: migliora l’aria? Riduce il caldo? Aumenta l’ombra e la permeabilità del suolo? Consuma meno energia? Avvicina Brescia alla neutralità climatica?
Non tutto sarà facile. Serviranno investimenti, competenze, accordi, atti amministrativi, tempi certi e pazienza. Soprattutto servirà fiducia. Nessun Comune può cambiare da solo il clima del pianeta, ma può cambiare il modo in cui la propria città produce, si muove, consuma, riusa e condivide. Può costruire alleanze con gli altri Comuni, con le imprese, con le scuole, con il Terzo settore e con i cittadini.
Il Piano Aria e Clima non è un libro dei sogni e non è un gesto eroico. È il risultato di mille decisioni coerenti e un patto tra istituzioni, cittadini, imprese, scuole e quartieri. La sfida più bella è proprio questa: non soltanto abbassare le emissioni, ma alzare la qualità della vita. Brescia è di tutte e di tutti. Prendiamocene cura.

