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La pace non è una storia che scompare in ventiquattro ore.

30 set
Tempo di lettura: 2 min

Tenere accesa l’attenzione sulla Palestina e trasformare la solidarietà in cooperazione


Ogni giorno pubblico una storia su Instagram dedicata alla Palestina. È un gesto piccolo, ne sono consapevole. Una storia dura ventiquattro ore e poi scompare. Ma proprio per questo ho scelto di ripeterlo: perché a scomparire non sia anche la nostra attenzione.

Ci sono immagini alle quali rischiamo di abituarci. Bambini uccisi o privati della scuola, famiglie costrette a spostarsi, ospedali senza ciò che serve, persone che cercano acqua e cibo. L’assuefazione è una forma silenziosa di resa: trasforma l’inaccettabile in rumore di fondo e ci convince che non possiamo fare nulla.

Io non voglio abituarmi. Non voglio che il dolore palestinese venga cancellato dalla velocità delle notizie, né che la richiesta di pace sia liquidata come ingenuità. La pace non è equidistanza morale e non è rimozione delle responsabilità. Significa tenere insieme verità e diritto: la condanna senza ambiguità dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre e la richiesta di liberazione di tutti gli ostaggi; il rifiuto altrettanto netto che un intero popolo continui ad essere sottoposto a distruzione, fame, sfollamento e punizione collettiva, da prima del 7 ottobre e con intensità crudele da quel giorno ad oggi. La sicurezza di israeliani e palestinesi non può essere costruita sulla negazione dei diritti dell’altro.

Le Nazioni Unite continuano a descrivere il genocidio in corso ed una situazione umanitaria gravissima: a Gaza l’accesso all’acqua resta precario, le condizioni igieniche espongono le persone a nuove malattie e la scuola sopravvive in spazi temporanei; in Cisgiordania aumentano violenze, demolizioni e ostacoli all’istruzione. Sono fatti che interrogano la politica e chiedono scelte chiare, non soltanto parole.

L’Italia e l’Europa devono usare tutto il proprio peso diplomatico per un cessate il fuoco effettivo, l’accesso pieno e sicuro degli aiuti umanitari, la liberazione degli ostaggi, la tutela della popolazione civile e un percorso politico credibile che riconosca il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e garantisca ad entrambi i popoli sicurezza e futuro. Il diritto internazionale non può valere a geometria variabile. E le relazioni economiche e militari devono essere coerenti con questo principio, senza contribuire ad alimentare violazioni o nuove sofferenze.




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