Una sola salute: acqua, rifiuti e prime pietre.
Trasformare la solidarietà in cooperazione.

Chiedere la pace non basta. La pace va preparata e praticata. È qui che la cooperazione internazionale assume un significato profondamente politico.
Cooperare non significa p
ortare altrove soluzioni già confezionate, né mettersi dalla parte di chi “aiuta” di fronte a chi “riceve”. Significa riconoscere competenze reciproche, costruire relazioni tra comunità, formare persone, rafforzare servizi pubblici e rendere i territori più autonomi. Significa lavorare perché l’acqua, la salute, l’istruzione e un ambiente sicuro non siano privilegi, ma diritti.
È la ragione per cui considero così importante Salubrix, il progetto di cui il Comune di Brescia è capofila nel Municipio di Maxixe, in Mozambico. Con un investimento di 1,97 milioni di euro, finanziato per il 95 per cento dalla Cooperazione italiana, il progetto vuole migliorare i servizi idrici e la gestione dei rifiuti per oltre centomila persone. Brescia porta competenze costruite dal Comune, dall’Università, da Medicus Mundi, da A2A, Aprica e CeTAmb; allo stesso tempo ascolta e lavora con il Municipio, l’Università e i tecnici mozambicani.
Durante il viaggio in Mozambico ho avvertito con forza che la cooperazione chiede di cambiare ritmo. Noi siamo abituati ad accelerare, misurare, produrre risultati. Cooperare richiede anche saper stare, ascoltare e lasciare che la relazione trasformi entrambe le parti. Non è un trasferimento a senso unico: è un esercizio di reciprocità.
Palestina e Mozambico sono realtà diverse, che non vanno e non sono qui sovrapposte. Eppure ci ricordano una stessa verità: non c’è pace dove vengono meno i diritti essenziali, dove una comunità non dispone dell’acqua, della salute, della scuola, di istituzioni capaci di prendersi cura delle persone, dove una comunità non è riconosciuta come tale. La cooperazione agisce proprio su queste fondamenta. Non arriva dopo la pace; contribuisce a costruirla.
Anche una città può fare la propria parte. Può sostenere i progetti di cooperazione, tessere rapporti tra territori, valorizzare le associazioni e le comunità di origine straniera, educare alla cittadinanza globale, aprire spazi di conoscenza e testimonianza. Può rifiutare l’idea che ciò che accade lontano non la riguardi. Le città sono spesso il primo luogo in cui persone, culture e storie diverse imparano concretamente a convivere e le prime a rispondere in caso di necessità.
Per questo continuerò a pubblicare ogni giorno quella storia. Non perché un contenuto sui social possa fermare una guerra, ma perché il silenzio non diventi normalità. E continuerò a sostenere la cooperazione internazionale, perché la solidarietà, per essere credibile, deve diventare relazione, progetto e responsabilità pubblica.
La pace non è un sentimento da esibire quando è facile. È una scelta da compiere quando costa, una disciplina quotidiana e un lavoro comune. Ha bisogno di memoria, di diritto e di coraggio. Ha bisogno anche di ciascuno di noi.



